Verso la fine del XVIII secolo, in un pezzo minuscolo di territorio lucano, trovano concretezza le idee di socialisti utopisti europei come Henri de Saint Simon, Charles Fourier e Robert Owen. A Campomaggiore Vecchio, la visione illuminata di una famiglia di signori favorisce l’instaurazione di una società equilibrata, fondata sull’ideale cooperativo.


Teodoro Rendina, su progetto dell’architetto Giovanni Patturelli, allievo di Luigi Vanvitelli, fonda un borgo con strade larghe e ortogonali dove a ciascuno viene consentito di costruire una casa e avere due tomoli di terra. Nel giro di circa 140 anni, dal 1741 al 1885, la popolazione, frutto di una feconda mescolanza di genti pugliesi, campane e autoctone, cresce in maniera vertiginosa, da circa 80 a1525 unità.


Vengono organizzati stalle e porcili, viene introdotta la coltivazione della vite e dell’ulivo, viene avviato un orto botanico dove crescono pini marittimi e, addirittura, un esemplare di sequoia. Il sogno della città dell’utopia si spezza bruscamente il 9 febbraio del 1885 quando un movimento franoso, lento e inesorabile, costringe la popolazione ad abbandonare le case per cercare rifugio altrove. Si interrompono i progetti di vita, le speranze di progresso, l’incanto di un luogo magico. Forse. O forse no.


Forse l’utopia è connaturata al sogno, è qualcosa che cammina sulle gambe dei puri, dei visionari, è un nibbio che vola radente su un campo di grano. La storia dolce e amara di Campomaggiore Vecchio rivive nello spettacolo ideato e diretto da Gianpiero Francese, in una favola per sognatori, per bambini da zero a 99 anni.

 

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